Meglio fermarsi prima della fine

Questa sul testamento biologico, o meglio sulle “disposizioni anticipate di trattamento”, come è stato tradotto in burocratese, è “una legge che non si fa amare”. Peggio, è una legge “pasticciata e contraddittoria”, perché dice al cittadino: “Fa’ pure testamento, ma sappi che non sarà vincolante e che su due punti cruciali come l’idratazione e la nutrizione artificiale di persone in stato vegetativo, la tua volontà non può essere ascoltata”. di Walter Veltroni Leggi Perché non ci piace la legge sul testamento biologico in arrivo alla Camera
21 AGO 20
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Questa sul testamento biologico, o meglio sulle “disposizioni anticipate di trattamento”, come è stato tradotto in burocratese, è “una legge che non si fa amare”. Peggio, è una legge “pasticciata e contraddittoria”, perché dice al cittadino: “Fa’ pure testamento, ma sappi che non sarà vincolante e che su due punti cruciali come l’idratazione e la nutrizione artificiale di persone in stato vegetativo, la tua volontà non può essere ascoltata”. Su questo concordo con Giuliano Ferrara. Pierluigi Castagnetti ha chiesto al Parlamento di fermarsi, finché si è in tempo: perché su un tema così delicato, sensibile, intimo, come il personalissimo incontro di ciascuno con la morte, come l’attraversamento di quella zona grigia nella quale la vita scivola via, secondo tempi e modi sempre diversi e mai davvero programmabili, “è meglio nessuna legge che una cattiva legge”.

E’ un fatto positivo, è un segno di speranza,
che si vadano moltiplicando riflessioni e prese di posizione che non rispondono ad altra istanza che non sia il lume della propria ragione e la libertà della propria coscienza. Sarebbe bello, sarebbe importante che decidessimo tutti di comportarci così, su questo tema, in Parlamento. I parlamenti liberi sono stati pensati e conquistati proprio nella convinzione che solo un consesso di liberi rappresentanti del popolo potesse difendere e promuovere la libertà del popolo stesso. Per questo la Costituzione stabilisce che ogni parlamentare “esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Un principio che è valido certamente non sull’orrenda compravendita di parlamentari ma su temi come questi, al confine tra la vita e la morte, tra la ragione e la natura, tra la libertà e la responsabilità, diventa una risorsa imprescindibile.
Non c’è infatti nessuna possibilità che il Parlamento riesca a fare una buona legge, rispettosa ad un tempo del valore della vita e di quello della libertà, affidandosi al cozzo sordo e cupo tra due schieramenti l’un contro l’altro armati. Il clima di scontro, il significato tutto legato alla sorte del governo che caratterizza qualunque passaggio parlamentare in questa fase sono una tossina micidiale, un veleno quando si affrontano temi come questo. L’unica speranza che si possa prendere in Parlamento la decisione giusta, che sia una buona legge o nessuna legge, è che ci si affidi al confronto tra intelligenze e coscienze libere, magari divise su tutto, ma accomunate dal medesimo senso del limite del diritto e della politica.

Limite del diritto, innanzi tutto. Perché è sbagliata la pretesa di codificare per intero i rapporti umani: ci sono sfere dell’esistenza di ciascuno di noi, dinanzi alle quali la legge è bene che si arresti, o se non può fare a meno di entrarci lo faccia, per così dire, in punta di piedi, con discrezione, delicatezza, rispetto. Si tratta di una precauzione tanto più saggia, quanto più si agisce rincorrendo lo sviluppo, rapido e tumultuoso, della tecnologia.
Nel caso della fine della vita, oggi occupata dall’uso e dall’abuso delle tecnologie, la principale preoccupazione della legge, insieme alla riaffermazione dei due chiari no che il nostro ordinamento già oggi pone ai confini della difficile “zona grigia”, no all’eutanasia e no all’accanimento terapeutico, dovrebbe essere quella di tutelare la capacità di autoregolarsi di quella particolare comunità umana che si raccoglie attorno alla persona sofferente, con la sua incomprimibile libertà, sancita dall’articolo 33 della Costituzione.

Ma il senso del limite deve attraversare anche la politica, la sua pretesa non solo di tradurre i valori in norme, ma di farlo utilizzando i valori come criteri di demarcazione degli schieramenti politici. Da una parte quelli della vita, dall’altra quelli della libertà. Ma si può, non dirò scegliere, ma anche stabilire una gerarchia, tra la vita e la libertà? Senza vita non c’è neppure la libertà. Ma in nome della libertà si può anche sacrificare la vita. Dunque, la buona politica non è quella che impone la scelta tra valori ugualmente supremi, ma quella che propone vie di incontro, di mediazione alta, tra valori tra i quali non si può scegliere, perché rinunciare ad uno equivale a perdere anche l’altro. Per andare ad altri temi ugualmente spinosi aggiungo che io – a differenza di Berlusconi – sono favorevole al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, anche omosessuali, e alla possibilità di adozione per i single. E nessun richiamo o disciplina potrebbe farmi cambiare idea.

C’è bisogno, e per questo per me è nato il Pd, di un pensiero nuovo, un pensiero appassionato delle grandi e per molti aspetti inedite questioni del nostro tempo. Questa passione si deve sentire e si deve vedere, nella ricerca di una sintesi comune, frutto dell’incontro di intelligenze libere. I partiti di ieri erano uniti al loro interno dalle visioni ultime e spesso divisi sui programmi di governo. Il Pd ha radunato storie e culture diverse, attorno a un progetto di cambiamento del paese. Un’ampia libertà di coscienza su temi come quelli bioetici è quindi inevitabile e imprescindibile. Anche perché, lungi dal rappresentare una resa della politica, può e deve risultare il fondamento di una politica nuova: una politica buona, perché consapevole del proprio limite. L’unica politica che può prendere le decisioni giuste. Anche quando si tratta di fare incontrare le ragioni della vita con quelle della libertà.

di Walter Veltroni, deputato ex segretario del Pd